lavoro

Dal mio punto di vista di sociologa prima e psicologa psicoterapeuta come mia evoluzione successiva, mi sentito molto coinvolta dal tema qui proposto pertanto, desidero condividere con voi alcune riflessioni. Se ci rifacciamo al concetto di “innovazione”, oggi molto diffuso, dobbiamo osservare l’essere umano al centro del suo processo di sviluppo personale, sviluppo al quale contribuisce il lavoro e tutti i processi sociali, economici e non.

Credo che sia utile chiarirci su che cosa intendiamo quando parliamo di “conoscenza” perché spesso si confonde con essa “l’informazione” che, a mio parere, costituisce solo uno dei fondamenti base sui quali si costruisce la conoscenza personale. La conoscenza è per me il processo dinamico con il quale il soggetto legge il mondo che lo circonda, lo costruisce mentre trasforma anche sé stesso; parte dalle informazioni di base, in parte fornite ma anche attivamente cercate, per poi interpretarle, metabolizzarle ed applicarle nelle azioni, in maniera personale.

In tal senso, l’innovazione si configura come la capacità di sviluppare un pensiero autonomo, che pur partendo da una matrice comune, sviluppa dei percorsi soggettivi originali, in grado di essere trasgressivi rispetto al pregresso. In questo percorso si esprime la creatività personale ed in tal senso è necessario essere in grado di “rischiare”. Il richiamo alle possibili motivazioni personali è quindi molto forte.

Non possiamo non considerare la responsabilità sociale dell’impresa, il lavoro come motore di sviluppo economico e sociale, l’interdipendenza e la congruenza necessaria fra i diversi obiettivi che ci poniamo per orientare lo sviluppo futuro. La posizione religiosa ed ideologica sono importanti fattori di stabilizzazione della struttura sociale. L’idea stessa di “giustizia” avrebbe radici, almeno in una “misura minima”, nella concezione comunitaria che di essa si da. Ravvisa un aspetto di eticità nella capacità di osare, d’innovare.

Ho vissuto nelle aziende negli ultimi 30 anni ed ho assistito ad una profonda trasformazione che chiama direttamente in causa i punti precedenti. Dalla metà degli anni 70 alla fine degli anni 80 c’è stato un forte interesse per l’inserimento delle persone nelle comunità aziendali, per assicurarsi il loro contributo, per svilupparne le potenzialità. I capi si specchiavano nelle proprie realizzazioni in azienda e non soltanto nei risultati immediatamente produttivi. Si dava grande valore alla fedeltà, alla stabilità, all’appartenenza. Pasquale Gagliardi dell’ISTUD e non solo lui, studiava e scriveva di “culture” aziendali.

Gli interessi dei processi economici hanno portato a graduali ma radicali trasformazioni verso una continua ibridazione fra differenti realtà: acquisizioni, fusioni, esternalizzazione di funzioni. Data la difficoltà di gestire la nuova e crescente complessità si è sentita la necessità di avere pochi riferimenti noti e personali nei quali poter avere fiducia e possibilità di controllo., per conseguire obiettivi visibili, in breve tempo, a sostegno del proprio operato.

Lo spirito di appartenenza è andato svanendo, gli interessi si sono accentrati sempre più sull’individuale/personale, ed anche i sistemi premianti si sono orientati a sostegno di tale indirizzo. Abbiamo visto tutti i risultati che certe politiche retributive manageriali hanno prodotto. Mi sembra che ci sia stata una scarsa attenzione a curare gli aspetti d’integrazione, in barba a tutte le tecnologie che nel frattempo sono state disponibili; mi riferisco all’integrazione di tutti i processi sociali di una comunità.

In tal senso credo che l’esperienza vissuta da alcune delle nostre grandi imprese possa essere esemplificativa dei problemi che si incontrano oggi con la trasformazione sociale dovuta all’immigrazione, anche qui si stenta a costruire un “noi”, spaventati da una possibile evanescenza della nostra identità e dei nostri interessi di appartenenza.

Nel confronto con la diversità le posizioni difensive ed aggressive si accentuano, è necessario trovare il modo di gestire questa dinamica. Qui sicuramente entra in gioco l’etica che sostiene i nostri comportamenti. Facendo riferimento al furto di Prometeo che ha rubato “la tecnica” agli Dei, all’uso della ricchezza come accumulatore per gestire la società, alla cogestione come difesa dal senso di solitudine implicito in una soggettività estrema nell’individualismo… arriviamo alla questione complessa su come si rapporta l’individualità con il sociale, su quanto siamo unici e quanto degli altri c’è in noi, sulla lotta per i supposti “propri interessi” con la paura di essere prevaricati dagli altri e la necessità ed il piacere di convivere e di costruire insieme.

Certamente è naturale che l’uomo voglia soddisfare i propri bisogni individuali, ma siamo sicuri di capire quale può essere la strada migliore in tal senso? E’ fondamentale pensare ad una educazione alla solidarietà. E’ bello il concetto di un ritorno ad una “agricoltura della conoscenza” perché l’energia, sia essa eolica, solare, agricola, individuale, va cercata, sviluppata, raccolta. Ci si sente chiamati in causa in primo luogo come persone con tutta la propria esperienza formativa di vita ed esperienza ed i valori di riferimento di tale esperienza. Se pensiamo all’Enciclica papale “Rerum Novarum” nel sottolineare la centralità della dignità dell’uomo si pensa subito alla necessità di abbassare la conflittualità riferendoci all’immagine dell’artigiano, della bottega/scuola dell’arte di fare, dove la creatività personale si possa esprimere in libertà.

Arriviamo quindi all’importanza per lo sviluppo sia negli individui che nella società, in quanto assolutamente interdipendenti, delle caratteristiche del modello sociale d’inserimento: i valori proposti tramite la famiglia, l’educazione, le forme di aggregazione sociale, la comunicazione veicolata nei suoi contenuti e modalità.

Molto significativa è la proposta metaforica dell’uomo rinascimentale, una persona non chiusa nel suo piccolo saper fare ma aperta e curiosa a quanto fa parte della sua esperienza di vita, interessato alle arti così come alla tecnologia, all’impegno ed allo svago con la stessa passione e curiosità, motivato ad esserci ed a partecipare.

Mi sembra che questi spunti abbiano necessità di maggior spazio di approfondimento e possano essere oggetto di un lavoro a più voci. Il tema del lavoro al centro dello sviluppo è sicuramente parte integrante del tema dell’etica nelle professioni e nei comportamenti lavorativi e quindi si potrebbe riprendere in un’occasione collettiva per stimolare molteplici iniziative sul tema dell’etica e dell’impegno sociale.