Individuo, gruppo, organizzazione: una trama complessa tra emozioni e realtà

Considerando le molteplici esperienze di appartenenza ad un “gruppo di persone” nella nostra vita, credo sia utile soffermarsi su alcune riflessioni sul tema del “Gruppo”: famiglia, classe, compagni scelti, club di vario tipo, gruppi di lavoro, ecc…

Chiediamoci:

Da che cosa sono influenzati i nostri comportamenti?
Come si può partecipare ad un gruppo di lavoro, essere produttivi e stare bene?
Che cosa impedisce alle organizzazioni di creare un ambiente coeso e positivo?
Che relazione c’è fra quello che pensiamo e quanto ci accade?

La mente è il proprio luogo, e di per sé può fare di un Inferno un Cielo, e di un Cielo un Inferno
John Milton

Come psicoterapeuta, per svolgere un lavoro così detto “clinico”, lavoro con le persone in una situazione a due (io e l’altro/a) oppure con più persone ovvero in gruppo. In pratica, cerco di aiutare le persone a capire ed a liberarsi delle proprie emozioni negative superando le idee lesive che condizionano così pesantemente la loro possibilità di esprimersi, con mortificazione delle loro caratteristiche e potenzialità.

Ho lavorato anche per tanti anni all’interno di organizzazioni del lavoro, per sviluppare progetti di sviluppo personale, professionale ed organizzativo, per facilitare i comportamenti propositivi, creativi, produttivi e buoni rapporti sociali con l’ambiente di riferimento. Ricordo, agli esordi della mia attività professionale, quando ancora facevo una profonda distinzione fra il lavoro in azienda ed il lavoro strettamente privato e clinico, che un mio carissimo amico psicoanalista, con tanta esperienza più di me, mi disse: “Ma tu pensi che il lavoro in azienda sia di 2a categoria? Non ti rendi conto che le persone sono le stesse? Sono solo i contesti che cambiano. Sai di quanta clinica ci sarebbe bisogno in azienda?”.

Aveva ragione: la mia inesperienza mi rendeva vittima di stereotipi falsi. Ad onor del vero, la situazione è cambiata in peggio negli ultimi anni all’interno delle grandi aziende, almeno in quelle che ho avuto occasione di conoscere.  In sintesi, direi che tende a diminuire l’amore per quello che si fa perché spesso le persone sono disilluse, si sentono assolutamente non considerate ma usate solo come oggetti, come pedine di giochi d’interesse svolti da altri indipendentemente da considerazioni sulla propria realtà professionale.

Ho sempre pensato che deprimersi e gettare la spugna non serva a niente e soprattutto che questo auto mortificarsi sia profondamente ingiusto nei confronti di sé stessi e ritengo che ci siano di sottofondo alcune idee fallaci; per esempio: spesso non è vero che si è vittime, anche senza rendercene conto c’è sempre una parte di nostra responsabilità in quello che ci accade, se consapevoli abbiamo una possibilità di scelta nella considerazione dei limiti che l’ambiente ci pone.

Si possono spesso trovare i modi di volgere al positivo e di trasformare in opportunità anche le situazioni apparentemente più avverse. Queste convinzioni sono il frutto della mia esperienza personale e sono alla base del mio lavoro con le persone. Inizialmente non siamo noi a scegliere di nascere e dobbiamo prima o poi confrontarci con una intenzionalità che non ci appartiene. La nostra nascita mentale è più complessa di quella biologica, non è identificabile con una data, si tratta dello sviluppo della consapevolezza di chi siamo noi veramente, di quali sono gli elementi che ci identificano nella nostra specificità unica e personale, che ci consentono di riconoscerci. Quanto è complesso il percorso per tracciare i confini del nostro spazio interiore, la nostra individualità!

Dobbiamo scoprire i “filtri” mentali che condizionano le nostre percezioni e quindi le nostre azioni. Questi filtri sono emozioni camuffate in fantasie, immagini, sogni, storie; emozioni che danno colore a ciò che riusciamo a percepire e che attribuiscono significato a quanto cogliamo. Possiamo immaginarci quanti e quali livelli diversi di percezione delle cose e delle situazioni ci sono nelle esperienze sociali?

Gli altri, senza che ce ne rendiamo conto, possono essere nostri specchi sui quali riflettiamo le immagini della nostra mente; ma che cosa si riflette in loro di me? Che cosa vedo? Di solito pensiamo sempre di vedere caratteristiche proprie delle altre persone. Vediamo una cosa che ci piace e diciamo “E’ bello!” ma non diciamo “a me piace”, attribuiamo il nostro gusto come caratteristica dell’oggetto. Infatti, un’altra persona la può pensare diversamente. E così facciamo anche con le persone e con quello che sentiamo al loro riguardo.

ante volte mi sono chiesta come fosse possibile che non venisse utilizzata in modo positivo la forza derivante dall’appartenenza ad un gruppo; intendo dire che tutti noi conosciamo l’incidenza del “gruppo dei pari” sugli adolescenti, l’importanza delle relazioni sociali per le persone, il bisogno di attenzione, di conferma ed approvazione, la forza trainante e trasformatrice dei gruppi di terapia e cambiamento autogestiti… per situazioni gravi come l’alcolismo o per i disturbi alimentari più marcati.

Possibile che nelle situazioni di lavoro non ci possa essere alcuna utile considerazione di tutto questo? Ciò è imputabile solo all’impreparazione della leadership e dei responsabili delle risorse? Non credo. A volte ho l’impressione che si tenda a de-responsabilizzarsi rispetto a quello che avviene, a tutti i livelli, come se fosse inevitabile, rimandando il potere di decidere sempre ad “altri”. Questo modo di fare mi ricorda un po’ le atrocità che sono state commesse nei lager, giustificando l’operato, da parte dei criminali catturati, con un “non sapevo”, “eseguivo solo ordini”, “non ero a conoscenza della finalità ultima delle mie azioni”.

E’ possibile che le organizzazioni spersonalizzino gli individui a questo punto? Ma ciò non è forse in contrasto con quello che al tempo stesso si dice di volere dalle persone?

Ovvero innovazione, creatività, motivazione, autonomia e senso di responsabilità! Così facendo le persone non si sentono più protagoniste della propria vita! Non si è più motivati, creativi, non si ricava più alcun piacere da quanto si sta facendo. Credo che ci sia la necessità di aprirci a nuove prospettive, di liberarci dagli atteggiamenti negativi. Il lavoro è parte integrante della vita ma spesso costituisce una realtà a sé stante in cui non riusciamo ad esprimere ciò che siamo e sentiamo e, questa esperienza diventa una situazione estraniante, come se la nostra esistenza fosse suddivisa in più realtà che non comunicano.

Possiamo provare a fare della nostra situazione di lavoro o partecipazione alle diverse realtà sociali una occasione di crescita, di risveglio spirituale che si può trasformare nel motore della nostra maturazione come esseri umani. Per il momento vorrei riportare alcune convinzioni importanti, che sono alla base di comportamenti positivi e produttivi, rilevate da Antony Robbins, un noto consulente di grandi leader:

  • tutto quello che succede ha una ragione e uno scopo, e possiamo servircene,
  • non c’è nulla che possa dirsi “fallimento” ci sono solo risultati,
  • qualsiasi cosa accada è bene assumerne la responsabilità,
  • è necessario comprendere le cose per essere in grado di servirsene,
  • le persone sono la nostra risorsa più grande,
  • il lavoro è gioco,
  • non può esserci successo duraturo senza impegno.

Avremo modo successivamente di analizzare insieme questi ed altri spunti, riferendoci alle nostre esperienze, agli aspetti individuali, a quelli caratteristici della situazione “gruppo” ed anche agli apporti che un’organizzazione, un qualsiasi Club di appartenenza, può dare.