Ritengo che sia particolarmente indicativo del momento che viviamo il fatto  che quest’anno l’ordine dei medici abbia scelto come argomento di confronto e di riflessione per inaugurare il suo ciclo di conferenze in tutte le sue sedi in Italia: gli effetti prodotti dall’uso di televisione e computer sui bambini, sugli adulti, sulle famiglie e sulle relazioni interpersonali in genere.

Molti strumenti di comunicazione, sia in quanto a trasmissione di contenuti che per la connessione delle persone tra loro che consentono, hanno inciso in modo determinante sulle possibilità e sul modo di vivere negli ultimi anni; hanno influenzato il nostro modo di relazionarci con noi stessi nella percezione e nell’interpretazione dell’ambiente in cui viviamo ed anche il nostro modo di intendere il rapporto con gli altri.

Ma, in che direzione?

Pensiamo non solo alla televisione, che c’ è oramai da più di 50 anni,  anche se certamente con il tempo ha offerto sempre più programmi data la varietà delle reti di trasmissione disponibili, in alcuni casi programmi anche un po’ interattivi, permettendo così allo spettatore di sentirsi non totalmente passivo; pensiamo non solo al computer, il cui uso si è arricchito di infinite possibilità (da quelle didattiche, a quelle informative, a quelle relazionali/conoscitive: Facebook, My Space, Skype…) ma anche al telefonino ed all’integrazione, alla sinergia delle potenzialità di ciascuno che tutti questi mezzi consentono.

Tutto sembra spingere verso la possibilità di sviluppare i rapporti, verso una maggiore socialità, un aiuto per connettere le persone in tutto il mondo, per dare la possibilità di esibirsi sul web di fronte agli altri.

Ma chi è in realtà questo “altro” con cui mi starei relazionando?

Quello che spesso noto nel mio lavoro è che c’è una grande difficoltà ad avere fiducia nei rapporti, c’è un grande senso di solitudine ed un’idea di “uso” della relazione molto incentrata sul proprio bisogno di riconoscimento, di essere visti, sul mordi e fuggi del rapporto che rimane a livelli di scambio reale con l’altro molto superficiali.

Anzi, nella distanza consentita dal mezzo, nella possibilità che può dare di alterare la propria identità reale e di forgiarla con l’immaginazione, favorisce la creazione di un oggetto illusorio, che soddisfa il desiderio in modo allucinatorio.

Che fine ha fatto una vera intimità emotiva?

E’ indicativo che qui si parli di questi “strumenti” come di “ladri” di tempo e di salute, come se si fosse persa la sostanziale neutralità di uno strumento ad uso e consumo dell’utilizzazione responsabile e consapevole che la persona ne vuole fare.

Parliamo di “salute” e,  non a caso siamo in questa sede, una salute che riguarda tutta la persona nei suoi aspetti non solo fisico/biologici, ma anche psichici e mentali. L’argomento riguarda l’individuo, sia nei suoi aspetti più personali e privati, che in quelli attinenti al modo di relazionarsi con gli altri, direi al modo di stare insieme di un gruppo di persone in contesti diversi: dal gruppo famiglia, al gruppo di lavoro, al gruppo di amici o di conoscenti occasionali.

Mi vengono in mente varie immagini: il bambino che passa ore davanti alla televisione da solo, (televisione balia/nutrice?), la madre che permette la visione di un programma in cambio dell’impegno nello studio (televisione come premio ad un dovere, svago), la visione di eventi emozionanti e violenti in situazioni che sono prive di controllo e della possibilità per una elaborazione delle emozioni provate.

Qui forse potremmo trarre qualche rassicurazione da quanto diceva Marshall McLuhan, sociologo canadese morto nel 1980, e cioè che il mezzo usato ha effetti sull’immaginario collettivo indipendentemente dai contenuti che veicola (da qui “il mezzo è il messaggio); quindi in una società, la struttura mentale delle persone è influenzata dal tipo di tecnologia di cui la società dispone. Testualmente: nel mondo scolastico e sociale organizzato visivamente il bambino TV è un invalido sottoprivilegiato.

Ho pensato al computer come finestra sul mondo ed in quanto tale cornucopia di possibilità o vera e propria porta di accesso ad una relazionalità ampia e spesso pericolosamente incontrollabile. Pensavo anche al contributo alla confusione fra realtà e fantasia che alcuni strumenti consentono ed a come questi due piani, questi due livelli di percezione, fanno parte di ciascuno di noi e regolano il nostro modo di vivere. Così mi è venuta alla mente l’immagine di Pollicino, in quanto bambino che si addentra  in un bosco misterioso (la vita?) e che ha paura di perdere la strada per tornare a casa (genitori? Il familiare, il noto, rassicurante, che gli hanno insegnato) e quindi prova a lasciare delle tracce, le mollichine di pane, che poi però vengono mangiate dagli uccelli e questo poi porterà allo svolgimento di tutta la storia con le avventure che comporta.

Ora, la vita è per ciascuno di noi un’avventura, con tutti i pericoli che comporta, pensiamo al mito di Ulisse…anche lui ne passa di tutti i colori per poi poter finalmente ritrovare casa. E mi viene anche in mente la bellissima poesia di Costantinos Kavafis “Itaca” che paragona la vita ad un lungo viaggio, pieno di avventure e soste nei porti, esperienze ed acquisti, pericoli e paure, e conclude dicendo che i mostri sono dentro di noi e che alla fine, ormai con i capelli bianchi, ci accorgeremo che il senso vero di tutto era nel viaggio e non tanto nella meta.

Anche attraversare le notizie ed i contenuti che questi mezzi ci offrono  comporta il rischio di smarrirsi, di perdere il senso personale, specialmente se la situazione ci passivizza, ci fornisce degli schemi d’identità precotta.

Per questo pensavo questo attraversamento come una foresta e da qui il titolo “La traccia di Pollicino”.

Come mantenere un senso, una direzione, al proprio percorso per non sentirci smarriti?

Basandomi su quella che è la mia esperienza personale nella vita e nel lavoro, ho pensato che spesso si danno per scontati i significati dei termini che usiamo, diamo per assodato che il tutto sia condiviso e poi, ad un confronto più approfondito ci si rende conto che, per esempio,  il concetto di  “tempo” o di “salute” possono avere delle valenze diverse e particolari per ciascuno di noi.

Allora, di quale tempo vogliamo parlare? Di quello esterno a noi, scandito dalle lancette dell’orologio, frutto di una convenzione sociale per la convivenza comune, il tempo sul quale organizziamo la scansione dei nostri impegni di vita, il tempo che spesso sembra insufficiente, che sembra imporci dei limiti e che a volte inseguiamo.

Penso al tempo della clessidra che visualizza con la quantità di sabbia che scorre la limitatezza con la quale dobbiamo fare i conti,  ma penso anche agli orologi liquefatti di Salvator Dalì in alcuni suoi quadri, un tempo deformato, sospeso….

Vogliamo quindi riferirci anche al tempo interiore, al nostro tempo, al nostro ritmo impregnato e condizionato dalle nostre emozioni personali?!

Il proverbio Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora, a parte l’espressione di un’opinione ed un giudizio particolare sul come è meglio vivere ed in quanto tale discutibile, evidenzia proprio il senso del “valore” che il tempo, il nostro esserci, può avere per ciascuno di noi.

Possono allora degli strumenti, su un piano di realtà, diventare dei ladri del nostro tempo e della nostra salute? E’ proprio esterno a noi questo “persecutore”? Dove risiede in realtà la minaccia?

Prendo questa immagine come una provocazione, perché è evidente che lo strumento è in sé  qualche cosa che mi offre delle possibilità  e sta anche all’utilizzatore, al suo pensiero, alle sue scelte, alla sua responsabilità decidere come, perché, e quando utilizzarlo. Sembrerebbe che anche gli adulti, se si lasciano catturare da questa situazione visiva, che induce una sorta di ipnosi induttiva, si deresponsabilizzano

Non possiamo evitare di  pensare alla “responsabilità” personale ed al peso della consapevolezza che questa comporta: il tempo è nostro, la vita è nostra e sta a noi darle un senso, colorarla con i colori che abbiamo a disposizione o che possiamo provare a procurarci.

Anche nelle religioni, nel nostro Vangelo per esempio, ci sono esempi/parabole che fanno riferimento ai “talenti” che ci sono stati dati, le nostre risorse ed a come sia un dovere della persona farli fruttare, utilizzarli nel modo migliore, senza sprecarli. Certo, ci vuole consapevolezza. Una delle più grandi soddisfazioni dell’essere umano è poter sentire  che si esprime, che c’è, che viene riconosciuto, che la vita che conduce è espressione di sé, è quella e non vorrebbe che fosse diversa.

E che cosa intendiamo per salute? Può sembrare evidente… ”quando non sono malato”, quando sto bene. Ma c’è un criterio più vasto di salute, quello che considera la salute come l’espressione compiuta delle proprie potenzialità, benessere psicofisico.

Certamente, tutto questo può sembrare un ideale irraggiungibile ma segna comunque la direzione che porta verso la realizzazione di sé stessi, ad una propria identità,  pur dovendo attraversare un ambiente pieno d’imprevisti che ci mettono ripetutamente ed anche pericolosamente alla prova.

La conoscenza non è mai neutrale, conoscere è imbevuto di emozioni, quando conosco qualche cosa lo prendo dentro di me ed è inevitabile che io venga contaminato da questo contatto. Anche la conoscenza che io creo e propongo è frutto della mia elaborazione personale e delle mie emozioni che danno senso alle cose, a quello che percepisco.

Dobbiamo qui fare una distinzione fra il bambino e l’adulto, anche se la differenza anagrafica non ci garantisce rispetto alla diversa posizione interiore:

ognuno di noi ha passato degli stadi di crescita, è stato bambino, ha percepito sé stesso ed il mondo in un modo specifico e, per quanto se ne possa essere dimenticato, può ritrovarsi ad avere a che fare con emozioni di situazioni lontane.

Vogliamo convenire che l’adulto dovrebbe essere più consapevole e responsabile delle scelte che ha fatto? Dovrebbe sentirsi più libero di decidere e di scegliere? Dovrebbe prendersi cura dello sviluppo dei bambini?

Ebbene, questo necessita di un confronto diretto, di un aiuto offerto al bambino  a contenere e metabolizzare, proprio digerire, le sue emozioni. Spesso gli adulti non sono in grado di farlo,  neanche con le proprie emozioni e spesso quello che rifiutano in sé stessi non possono vederlo neanche negli altri.

L’esperienza ricavata dalla mia professione mi indica che le relazioni per essere portatrici di salute devono essere reali, aiutarci ad esprimerci nel modo più sincero ed autentico possibile, in tutta la complessità esistente nell’interiorità di ciascuno.

Tutto ciò che ha a che fare con la falsità, con la manipolazione, con il non rispetto è assai dannoso per ciascuno di noi.

Per concludere vorrei ancora riportare una frase di McLuhan tratta dal suo libro “Gli strumenti del comunicare”: Poiché

il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo o di schemi che introduce nei rapporti umani

Oggi avremo occasione di sentire da esperti dell’argomento e da altri punti di vista quali sono i pericoli e le opportunità offerte da questi “magici” strumenti, contenitori di sogni, ma anche di realtà.